le chiavi sono sotto il tappetino
herr Gottlieb
i ciaolyns
la paranza del geco
la signora coniglia
lilu*hailcappottogiallo
m.o.a.t.s.
mon amì Big Ben
moozak
the girl from the woods
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La mia maledizione
Ho una rosa
crocifissa al muro
con nastro nero.
Ha il colore
del sangue rappreso.
Sta bene
sul bianco,
non trovi?
Mi conto le ossa
e faccio un cenno d’intesa
alla mia maledizione
Lo sappiamo tutti e due
un attimo prima
di venire.
Mickey mouse is drunk
Racconta all'asilo
che Babbo Natale è morto
Ruba tutti i fiori
Dall'altare della patria
Taglia le gomme
Al camion dei pompieri
Bevi alla salute del clown
Per pisciargli sui petardi
Topolino è ubriaco
In un alberghetto di quarta
Tira una scarpa gialla contro il vetro
E ha mal di testa
roba regalata
scrivo le canzoni
anche in mezzo al rumore
sotto casa c’è il mercato
le verdure colorate
la frutta
roba rigalata,
aji aji
dui chili un’ euro
dai
e a me mi viene da piangere
Tre ciccioni gentili ed un'enorme saldatrice ad arco voltaico
-Piercing o tatuaggio?-
Il ciccione sferragliante di anellini mi guarda con aria bonaria e sorride, imperturbabile dall’alto dei suoi, diciamo, 130 chili. Sembra un grosso orsacchiottone. Ha tatuato sull’avambraccio sinistro un accrocchio di teschi. Guardandolo in faccia, ci vedrei meglio un accrocchio di animaletti paffuti che si rincorrono felici attorno ad una torta di compleanno.
-Tatuaggio. Sono passato l’altro ieri e il tuo collega rasato mi ha detto di venire oggi.-
-Ah, si, il Bue. Te lo chiamo.-
L’altro ieri, appunto, uscito dal lavoro, facevo il calcolo dei miei giorni, quelli passati migliori di questi. Sono per caso passato davanti al Kaifa’s studio di via dei Mercanti. Davanti alla vetrina dello studio di tatuaggi mi sono bloccato.
Massì. Vafanculo m’agg’ a levà stu sfizio.
Uno stridente rumore di trapano dentistico, prodotto dal microscopico martellare degli aghi sottocutanei.
Yoghi sparisce nel retro mentre la porta dello studio si spalanca ed entra una zoccoletta di sedici anni seguita dalla madre, una zoccolona di quaranta.
-Minchia, mi voglio fare un tribbale troppo fico.-
-Certo amore.-
Yoghi torna e provvede.
Lo sento parlare con le due gentildonne lisciandosi la lunga barba.
-Ok, se la tua mamma mi firma la liberatoria te lo possiamo fare venerdì. Dove vorresti farlo?-
Miss sixteen si volta e alzando il maglioncino:
-Qui, sopra l’osso…l’osso…sopra al culo insomma.-
La mamma la guarda adorante.
L’orso Yoghi pregusta pelle di pesca.
Ecco…io ho sempre pensato, non me ne vogliano le signore, che se una si fa un tatuaggio sopra al culo, il motivo, la finalità è una ed una sola: che lo si possa osservare dalla migliore angolazione possibile. Angolazione che, guardacaso, si ottiene in concomitanza con quella pratica che la gente comune, l’uomo della strada, è solito definire "pecorina". Come il tatuaggio di Ale, troppa gioia tra le cosce per farselo altrove.
Quando io avevo sedici anni, le mie coetanee erano parecchio diverse.
O io parecchio coglione, dipende.
Comunque, il Bue si affaccia e mi fa cenno di seguirlo.
Al tavolo da disegno è seduto il terzo ciccione, quello più grosso di tutti, faccia da peccatore e mani da incisore che ripassano a pennino il ghigno guerriero di un samurai.
Chissà questo qui come si chiama.
Magari è Napo Orso Capo
Il bue mi fa entrare in una stanza colorata.
Mentre prepara tutto, estraendo le parti di cui si compone la macchina per tatuare dalle buste sterili, fischietta e risponde con molta gentilezza alle mie domande.
-E quello a cosa serve? E quest’altro? E perché?-
Sono affascinato ed ammirato dalla cura che mette nelle operazioni, immagino noiose, per la preparazione dell’attrezzatura. Vedere qualcuno che lavora con amore per quello che fa mi mette sempre di buon umore.
Sono un po’ emozionato.
-Paura?-
-No, sono curioso.-
Mi applica sulla schiena un foglietto, che lascia sulla pelle la traccia di quello che non se ne andrà più via.
Mi fa controllare la posizione fra le scapole.
Ok.
Comincia pure.
Sento l’ago che segue il contorno sulla mia pelle, crivellandola di piccoli fori nei quali il colore viene spinto a ritmo serrato.
E’ un dolore sopportabile, anzi, quasi piacevole.
Mi dà l’occasione di estraniarmi per un po’ e lasciare il mio corpo a farsi scrivere.
Come se non fosse già scritto, poi…
Entra l’orso yoghi.
-E’ passato quello del pitbull. Gli ho detto che non c’eri.-
-Com’era?- chiede il Bue.
-Incazzato.-
-mmmh…-
Non innervosirti, Bue. Non sbagliare. E’ la mia fottuta schiena.
In un quarto d’ora il Bue ha finito. Pensavo ci volesse di più. Mi porta davanti allo specchio sulla parete e ne solleva uno alle mie spalle.
-Ecco, finito. Ti piace?-
-Sì, hai fatto un buon lavoro. Grazie.-
Mi applica una garza sulla schiena, che fissa con del nastro.
Vado a pagare, dopo essermi rivestito.
Yoghi mi compila la ricevuta, mentre lancia occhiate a miss sixteen che è ancora li a rosicchiarsi le unghie indecisa sui libroni rilegati in pelle nera pieni di disegni. Il suo culetto ha un’espressione molto concentrata.
Ciao e grazie.
Esco.
Freddo pungente.
Mi infilo in via XX Settembre. Il cantiere per il rinnovo dei binari del tram è ancora aperto. Gli operai staccano alle sette, li intravedo in fondo alla strada.
Inizio a sentire un sibilo che riempie l’aria e diventa più forte mano a mano che mi avvicino agli operai, affaccendati attorno ad un grosso macchinario.
Distinguo le armoniche dispari come lame di coltello di quel suono gelido ma pieno di colori, che modula ininterrotto su una tonica graffiata via dal metallo dei binari. Le sfumature delle armoniche pari gli danno corpo e presenza e sbocciano a tratti lungo l’onda come armoniosi guizzi di delfino, o di schiena di femmina. E’ dai binari che viene.
Si dilata e si contrae nell’aria fredda che lo rende più acuto, mi accarezza la pelle del viso. Vorrei avere un registratore.
Arrivato al macchinario, vedo una vecchia e grassa, gigantesca saldatrice ad arco, un polo dietro e uno davanti che chiude l’arco fra bagliori e scintille.
Il campo magnetico che attraversa i binari li fa vibrare per tutta la lunghezza.
Gli elettroni corrono nel metallo fondendolo con scricchiolii di vecchia radio, che fanno da contrappunto al grido dell’acciaio.
Adoro tutto questo.
Ascoltando tutte queste tonnellate di metallo che cantano mi corre un brivido di piacere lungo la schiena.
Lo stesso brivido che mi sono fatto marchiare addosso.
tutta questa vita
prima o poi mi farà fuori
Bisognerebbe sputtanarsi
Il segreto più segreto
Eccotela la mediocrità
Benvenuta nel deserto
Ho un’ulcera sul culo
Guardo il telegiornale
Mi crogiolo nel nulla
E a volte ho paura.
Ma quando volo
A cavallo della mia aquila
Su un oceano di aerei sommersi
Che aprono le ali
A pelo d’acqua
Per riparare i pesci
Che esplodono attorno
In nubi colorate
E il vento
Mi grida sulla pelle
E il sole
Mi grida negli occhi
E tutto
Mi grida dentro
Tu
Forse
Stai portando fuori il cane.
(Fifteen feet of pure concrete)
Ho quindici piedi d’asfalto
Sopra la testa
Che chiudono un buco
Più grande di me
Ho sulla manica
L’odore di un abbraccio
Che è come tornare a casa
Dopo un viaggio
In un paese freddo e lontano e umido
Tipo la Polonia
Ho una scatola bianca
Vicino alla sedia
Dove ho nascosto
La voce del vulcano
E faccio quello che posso
Per sembrare meno stupido di voi
Ho una parola
Marchiata addosso
Ma quella
Ce l’hanno un po’ tutti
Ho una lampada rossa
Da set porno Praga ‘75
Come dice il mio socio
Ho un gatto che non capisco
E lui non capisce me
Ho un groviglio di rotaie
Con treni lucenti
Che corrono veloci
Da tutte le parti
Ho una chitarra
Che a volte
Proprio non vuole farmi dormire
Ho una cosa
Mi hai detto
Che sta chiusa in gola
Pezzullo Nicola diventa un angelo I cani mi stanno dietro. Frugano la fitta boscaglia sotto di noi col muso inchiodato a terra, il pelo dritto. Gli sbirri li incitano e li infoiano con grida, pacche sui fianchi e dai bravo Lupo che lo trovi. Lupo… Ti ho sentito sbirro del cazzo. Tieni poca fantasia, non mi prendi. Nemmeno i tuoi cani sono svegli. Li sento che ringhiano e piagnucolano perchè non mi trovano. Proprio come noi. Ringhiano e piagnucolano. Io invece sono sveglio. Me lo diceva sempre la maestra: Pezzullo, tu sei in gamba. Perchè non mi studi? A me piaceva solo l’ora di ginnastica. Sempre stato agile. Mi arrampico tra le ginestre come una capra, infatti. Tanino invece me lo devo trascinare appresso, non ce la fa. E’ un poco chiatto. Il terreno si fa più impervio, salire si fa più difficile, le spine delle acacie a cui mi aggrappo mi graffiano le mani. Gli appigli diminuiscono mano a mano che salgo, col sostituirsi progressivo del muschio alle piante. Tra poco arriviamo al costone che qui chiamano ‘A recchia ‘e lupo, quello che si butta fuori dal fianco della montagna. Una costola impazzita della terra che sta lì come un pernacchio a dio, tonnellate di roccia pronte a tutto. -Tanino, muoviti ittassosang.- -Vafanculo Pezzù.- Guardo il cielo. L’aria della mattina è fresca di primavera con qualche nuvola. Non credo che pioverà, per quello che cambia. Niente precipitazioni, per adesso. Il meteo vi è stato offerto da Pezzullo Nicola, quello che sta scappando. Tutto per colpa di Quel Coglione Di Un Romano. Lo sapevo che era un coglione. Dall’inizio. Per questo, con gli altri, l’ho sempre chiamato così. Tutto a maiuscole: Quel Coglione Di Un Romano. Piacere, Pezzullo Nicola. Che già l’idea di rapinare il Credito Agricolo dove è direttore Casciano mi pareva ‘na strunzata. Quello è amico assai intimo di Don Javarone. C’è poco da scherzare. -...Mannò, de che te spaventi... io sto così co’ don Carmine Petrone ... quello ce appoggia...ce protegge...- e vabbuò. Ci posso pure stare. Petrone è uomo rispettato. Però se mentre scappiamo, con tutto che suona e la polizia appresso, tu come ostaggio ti pigli proprio a Tanino, il figlio di Casciano che è fuori ad aspettare il padre, allora vuol dire ca si’ proprio strunz’. E infatti comm’ nu strunz’ ti hanno pigliato. Per primo. E per me, mi devi credere, è stata una soddisfazione. Coglione. Però mo’ la creatura me la accollo io. E appresso tengo nientepopodimenoche il vicequestore Cardone Giovanni in persona, il capo della mobile di Caserta il quale, intimo amico del Casciano, si è sentito in dovere di prodigarsi personalmente ai fini della mia cattura. Se Cardone mi piglia vivo è meglio se mi sparo. Lo conosco, è un pazzo sanguinario. Come Volontè in quel film dell’uomo al di sopra di ogni sospetto. Che lui uccide una e sparge prove in giro per dimostrare che la vita è uno scherzo da prete. Capito quale? Ecco. Uguale. E Tanino mi dice pure vafanculo Pezzù. Mi fermo un attimo a riprendere fiato dietro ad un cespuglio abbastanza fitto. Dovrei riuscire ad arrivare in cima prima che escano dalla boscaglia. -Tanì, tutto apposto?- Lo conosco da quando è nato. Mia madre andava a fare le pulizie a casa di Casciano e la signora le dava spesso il bambino da tenere, quando andava col porco del marito a teatro o a qualche cena. Da quando ha iniziato a parlare mi ha sempre chiamato Pezzù. Mai Nicola. Siamo amici e gli ho promesso che lo rimando a casa ma non deve gridare. Mi dispiace che sia finito in mezzo a questo casino, ma ormai non ci posso fare più niente. -Non ti preoccupare che finisce tutto bene.- -Vafanculo, Pezzù- Riprendiamo a salire. Ora le piante sono finite. Solo pietra. Stiamo salendo allo scoperto. Per fortuna ‘A recchia ‘e lupo è poco sopra di noi, un piccolo sforzo e ci siamo. Qui ci sono venuto molte volte, conosco queste rocce e questi boschi. Trottavo coi cani appresso a mio padre e a zio Vincenzo durante la stagione della caccia. E’ stato zio Vincenzo ad insegnarmi a sparare. Un giorno, avevo tredici anni, mi ha portato proprio qui, sotto la roccia. -Mo’ te si ffatt’ omm’. Tieni tredici anni.- -Si zio.- -N’ omm’ adda sapè sparà.- -Si zio.- -Tiè tiè, piglia e spara.- -Sì zio.- Quello che sono lo devo a lui. Figlio di puttana. Arriviamo dietro alla Recchia ’e Lupo e ci nascondiamo finalmente dietro la sua mole. Era ora. La polizia è ancora nel bosco ma non ci resterà ancora per molto. Tiro fuori dalla tasca interna del giubbotto la panetta di plastico. Non chiedetemi come l’ho avuta. Faciteve ’e cazze vuost’. Esco allo scoperto ancora il tempo necessario per piazzare la carica e inserire il detonatore. Fatto. Li sento avvicinarsi. -Muoviti Tanì.- -Vafan…_ -Statti zitto.- Risaliamo il costone dietro alla Recchia ’e Lupo. L’ultimo, quello più in alto. Quando arriviamo in cima la bomba di roccia è sotto di noi, poco più avanti. Da qui si vede tutto. Il primo cane esce dalla boscaglia puntando il naso attorno. Sbucano tutti. Sette poliziotti, quattro cani e Cardone Bisogna stare nascosti fino a che non arrivano sotto. Forza belli, ancora uno sforzo. Tanì, si fai ascì nu sciat’ ti scommo di sangue… Sempre più vicini. Ancora un po’…. Ancora…. Ok. Adesso. Vafanculo. Premo il tasto che innesca il detonatore. Uno scoppio terribile copre le grida, e poi la Recchia ’e lupo collassa su se stessa e con un rombo assordante si srotola a valle e travolge tutto e tutti. Polverone, come se la montagna avesse figliato nuvole. Il fragore dell’esplosione e della frana mi ha assordato. Continuo a sentire un forte fischio nelle orecchie. Intorno a me comincia ed alzarsi il vento. Il polverone cala. Contemplo il macello che ho appena combinato. Pezzi di poliziotto ovunque, una vera schifezza. Tanino piange, si è spaventato. E’ troppo pure per lui, che è gia nu figl’e’ndrocchia e parla sporco ma tiene comunque solo dodici anni. Un cane sta annaspando fra due pietre e guaisce con gli occhi iniettati di sangue. Cazzo il cane no. Mo’ scendo. Mentre sto cercando il modo di andare giù da quella povera bestia, il fischio che sento nell’orecchio si trasforma in un rumore che cresce d’intensità ed il vento alle mie spalle soffia sempre più forte. Sempre più forte. Tanino mi tira per la manica. -Pezzù, dietro.- Mi volto e, lo ammetto, Pezzullo Nicola si caca nei calzoni. Due elicotteri mi fissano a mezz’aria come due enormi vespe poliziotte. Butta l’arma. Dice una vespa, spianando un pungiglione da tre colpi al secondo. Butta l’arma ho detto. Butto la pistola a terra e faccio vedere le mani. -Non tengo più niente.- Dall’altro elicottero uno mi tiene sotto tiro. Ha un fucile di precisione. Tanino sta avvinghiato alla mia gamba e trema come una foglia. -Lascia andare il bambino adesso- dice il megafono. -Tanì vattenne. Vai via.- -...Nicola tengo paura...- -tanì te ne devi andare ti prego questi sparano- -no nicò ho paura...- -ti prego- -LASCIA ANDARE IL BAMBINO- Tanì, mannaggiaccrist’ vattenne. Cerco di strattonarlo per mandarlo via. Sono sotto tiro. Gli do una spinta forte di rabbia e disperazione. Troppo forte. Vattenne tanì. Nel momento esatto in cui lo faccio guardo il cecchino. E succede questa cosa. In una frazione di secondo. Esco fuori dal mio corpo, oltre gli elicotteri, oltre le nuvole, oltre il cielo. Vedo Pezzullo Nicola che spinge Tanino giù dalla rupe. Pezzullo Nicola ha gli occhi aperti. Pezzullo Nicola fissa un punto imprecisato, oltre gli elicotteri, oltre le nuvole, oltre il cielo. Pezzullo Nicola ha la faccia stupita. Pezzullo Nicola ha un cerchio rosso luminoso in mezzo alla fronte. Il poliziotto preme il grilletto Pezzullo Nicola diventa un angelo.
Pulcinella Ormai era deciso: dovevamo entrare da Pulcinella. In Fondo a via Pio IX c’era questo grande piazzale, con una ringhiera che affacciava sullo strapiombo della scogliera. Mare sotto e cielo sopra. Sul lato i resti di una villa patrizia. La cornice così costruita e l’atmosfera dovevano essere considerate assai romantiche dalle giovani e meno giovani coppie di Gaeta, clandestine e non, a giudicare dalla quantità di preservativi che affollavano il piazzale, buttati a terra come meduse morte. A parte la vista, come piazzale era un vero schifo; non capivo allora come facesse la gente ad andare lì per dirsi ti amo e baciarsi e toccarsi, cosa che cominciavo a immaginare piuttosto piacevole, visti i pruritini indotti dalle prime rotondità delle mie compagne, ma che mi tornava poco in uno spiazzo lercio pieno di sigarette spente, fazzoletti imbrattati e fogli di giornale. Avevo tra l’altro notato che c’erano soprattutto resti di gazzettedellosport e non capivo il nesso calcio/scopare; finchè un giorno il fratello più grande di Peppe, gran frequentatore di piazzale e zoccole, liquidò le mie richieste di spiegazioni con un secco: -Il rosa crea l’atmosfera romantica, coglione.- Ah, ecco. Sul lato dello spiazzo opposto alla villa l’enorme portone di Pulcinella era chiuso ormai dal ’65. Era stato il ristorante più di lusso di tutta la zona, ci venivano fino da Napoli, negli anni ’40. I nobili, gli industriali, gli intellettuali, le amanti. Zia Maria, che aveva sempre abitato in via Pio IX, ci raccontava delle carrozze, presto sostituite dalle auto, che a quei tempi varcavano il pesante portone e della musica e delle risate che nella notte correvano fuori dal ventre festoso di Pulcinella. Rudere borbonico. Da quando era fallito non c’era mai più entrato nessuno. Quindi dentro era rimasto tutto come allora. Quindi dovevamo entrarci. Per prima cosa bisognava trovare una corda; non sapevamo bene perché, ma nei film, intendo quelli americani con i soldati, le spie e tutto il resto tipo dove osano le aquile, quando si parte per una missione bisogna sempre portarsi dietro una corda che prima o poi torna utile. Ci infilammo nel deposito dell’impresa di costruzioni "Santullo Geometra Carmine e Figli" dal quale rubavamo sempre lo stucco per le cerbottane passando da un buco della recinzione e prendemmo un lungo pezzo di corda. A domani. Alle dieci. Ok. Puntuali. Ciao. Ci trovammo alle dieci di mattina nel piazzale, come al solito io, Mario, Salvatore e Peppe con la corda a tracolla tipo rambo ma senza segni neri in faccia. Avevamo trovato una spaccatura nel muro che incastonava il pesante portone di legno, in fondo, vicino alla scogliera. Mi infilai io per primo. -E pecchè ’e a trasì tu pe primm’?- -Perché Zia Maria me lo ha detto a me del ristorante e l’idea di entrarci ce l’ho avuta io e perché sennò dico a tua mamma della storia della Ritmo della signora Percuoco che sei stato tu a cagarci dentro.- Questo chiudeva la questione. Mi infilai nel buco a quattro zampe. Dall’altra parte poterono sentire i miei CAZZOCAZZOCAZZO e io li sentii spintonarsi per intrufolarsi nel buco appresso a me. Ci ritrovammo tutti e quattro davanti ad un muro. Molto alto. Con molti cocci di bottiglia. Sulla cima e, bastardi, tutto intorno alla cima. Molto molto molto aguzzi. In pratica la terrazza che dava sulle cucine del ristorante era stata divisa in due da questo muro, non si sa perché. Complotto universale, pensammo noi. Teppistelli di merda, avranno pensato loro. (loro chi, poi…?). Per di più il muro sporgeva di trenta centimetri buoni sulla scogliera. Dall’altra parte c’era Pulcinella con il suo segreto. -E mmo’ come facciamo?- -Mica ’o putimm’ scavalcà. Ce lassamm’ e’ ppalle ’ncopp.- -Con tutti quei vetri…- Restammo un po’ lì a pensare come fare. Rinunciare (Mario coniglio come sempre)? Col cazzo. Ormai siamo qui e andiamo fino in fondo. In dove osano le aquile mica si tiravano indietro. Coniglio. Se vuoi vattene tu. No, resto. E allora statti zitto e vaffanculo. Coniglio. Salvatore stava esaminando il muro, sporgendosi sullo strapiombo per vederci qualcosa. -Dall’altra parte ci stanno i pali per stendere i panni, da qui si vedono. Se facciamo come i cowboy dei film che fanno il lazo e lo tirano alle corna delle vacche, magari pigliamo un palo e tendiamo la corda e la leghiamo alla ringhiera di qua.- -E poi?- -E poi tenendoci alla corda proviamo a passare dall’altra parte. Un piede di qua, uno di là e passiamo.- -Ma è pericoloso.- Coniglio di merda Stavolta si pigliò pure un calcio. Il nodo lo feci io, che andavo in barca ed ero capace. Passai il lazo a Salvatore che era il più alto e vedeva meglio dove lo tirava. Dopo qualche tentativo il cerchio di corda riuscì ad infilarsi attorno al palo, tendemmo il cappio e legammo l’altra estremità stretta alla ringhiera. Passò per primo Salvatore. Il più coraggioso. (incoscienza che trascina). Scavalcò la ringhiera e ci si aggrappò, dall’altra parte. Dietro alle spalle il mare; sotto, trenta metri di strapiombo. Nocche bianche e gocce di sudore. Si appigliò prima con una mano, poi con l’altra, alla corda che noi tenevamo tesa. -Mi sto a caca’ sotto.- Non guardare giù. Si avvicinò a passettini di granchio al muro divisorio; puntò i piedi e si sporse con la schiena sull’abisso (mi sembrava di sentire nelle orecchie la voce di mio padre : incoscenti…coglioni…). Staccò il piede destro. Fiato trattenuto. Lo puntò al di là del muro. Ora era a metà, col muro fra le gambe; doveva solo passare il sinistro, mollare la corda per la ringhiera e scavalcare. Tutti e tre affacciati a guardarlo. Chiappe strette. Le sue di più. Passò anche il sinistro e in un attimo si ritrovò di là sano e salvo. -Tutto a posto, guagliò. E’ na strunzata.- Se lo dici tu. Passò allo stesso modo anche Peppe e poi passai io. Mario era rimasto per ultimo. -Ti decidi o no? Mica possiamo stare ad aspettarti tutto il giorno.- -Coniglio- Ok, ok…vaffanculo. Mario scavalcò la ringhiera e si posizionò con le mani serrate a morsa attorno al ferro arrugginito. Ne staccò una e afferrò la corda che gli tenevamo tesa. L’altra mano seguì la prima. Passetti di granchio fino al muro. Ripeteva i nostri gesti, come li aveva visti fare a noi. Attento a non sbagliarne uno. La gamba, adesso. Al di là del muro. La staccò dal cornicione e la lasciò penzolare nel vuoto. Un sorrisetto. Avete visto…ce la sto facendo… Poi scivolò tutto quanto. Il piede che era ancora appeso al cornicione, i nostri respiri trattenuti, il grido di Mario, la paura. Era rimasto appigliato alla corda e ci guardava dal basso. Disperato. Anche se non rende. Aiutatemi, aiutatemi, aiutatemi. Lo sentivo respirare tra i denti come fanno i cani quando si mordono tra loro alla gola. Ci scaraventammo contro la ringhiera. Peppe si buttò a terra per afferrargli i polsi; si schiacciò contro la grata allungandosi il più possibile. -Tirami su…aiuto…pigliami…- Per fortuna la corda era stata tesa parecchio, e ci arrivò senza fatica. Strinse le mani attorno ai polsi sottili di bambino che stentava a crescere. -Tienimi- -Ti tengo- Lo tirò su e lo aiutò a scavalcare. Mario si sedette a terra. Tremava. Ingoiava sorsi d’aria come acqua nel deserto. Alzò gli occhi verso di noi e sibilò qualcosa tra i denti e l’affanno. Salvatore si chinò su di lui. -Non capisco Mario. Che stai a ddì?- … -Cosa?- -Ho detto che mo’…coniglio…non…non mi ci chiamate più…- -Va bene, va bene. Basta coniglio. Stai bene? Vuoi che torniamo a casa?- -Col cazzo- Ok. Entriamo. La porta a vetri delle cucine era chiusa. Peppe, che ormai si sentiva perfettamente a suo agio dove osano le aquile, prese da terra un bastone e sfondò il vetro con evidente soddisfazione. Eliminò tute le schegge dalla cornice e finalmente entrammo. Le cucine erano buie, la poca luce entrava dalla porta a vetri da cui ci eravamo intrufolati. I fuochi sovrastati dall’enorme cappa velata dal lavorìo dei ragni stavano al centro dello stanzone, un dinosauro di metallo nero e arrugginito, altare di gourmet d’altri tempi. Tutto attorno il coro dei lavandini incrostati e marroni. Ci stufammo presto di curiosare nei pensili, ovviamente vuoti, nei forni e in ogni angolo di quelle cucine. -Andiamo di là- -Ok- Un attimo di esitazione prima di aprire la porta. SBAM Il salone Rimanemmo tutti e quattro senza fiato. Otto occhietti sgranati, quattro battiti saltati all’unisono da quattro cuori, il girare frenetico degli ingranaggi di quattro cervellini, vi assicuro, già abbastanza vispi per conto loro. Il salone era enorme, tutto di legno colorato pastello scrostato, con un doppio scalone che saliva sino alla balaustra sospesa come i palchi del San Carlo tutto attorno al perimetro, dove forse un tempo si sedeva chi non andava disturbato. Fra le due ali di gradini, una specie di abside di legno e vetro colorato affacciava sul mare. Strano che non lo avessi mai notato passandoci sotto con la barca. Chissà per chi riservavano quel posto…’o rre, magari. Al centro del salone un enorme braciere annerito, dove immaginavo mucche sfrigolanti e trafitte ancore intere da uno spiedone fra la bocca e il culo, che un cuoco panciuto faceva girare lentamente sorridendo e cantando oimarì, in un trionfo di cacciagioni e porcellini. Ne riuscivo quasi a sentire l’odore. Accanto al braciere c’era lui, Pulcinella. Alto due metri, con il mandolino in mano e un grottesco sorriso sulla faccia di cartapesta fatta a pezzi dal tempo. Un braccio sollevato ad indicare il salone, con un gesto accogliente per gli ospiti che entravano. Adesso sembrava dire -Vedete mò comm’ so fernut’…che sfacelo…- Povero Pulcinella. Un senso di desolazione prese a calci lo stupore iniziale per quello strano posto. Ma per fortuna avevo dodici anni e stupirmi era il mio mestiere: infatti lo sconforto mi scivolò di dosso non appena vidi la carrozza. Una carrozza VERA. Voglio dire, per una cosa così un ragazzino di dodici anni pieno di romanzi d’avventura e film western ci può anche rimanere secco. Non la notai finche non mi avvicinai alla vetrata per guardare gli scogli di sotto; con gli occhi ancora pieni di mare mi voltai: era dalla parte opposta sotto la balaustra e un separè me l’aveva nascosta. -Venite a vedere, ci sta pure una carrozza- Corsero lì tutti e tre. Gliela mostrai, fiero di averla scoperta io, con un gesto come quello di Pulcinella. -Entriamoci dentro e facciamo che eravamo sulla diligenza e che poi ci fanno l’agguato- disse Mario. Peppe salì a cassetta facendo la faccia dura da vecchio battitore di piste e sferzava cavalli di vento con la sua frusta di fantasia. Aprimmo lo sportello della nostra diligenza. Un odore forte dolciastro e vomitevole ci aggredì la gola. Ci tappammo il naso. -Ih…che schifo…Peppe vieni a vedè, ci sta un gatto morto- Peppe saltò giù e fece capolino fra le nostre teste. Si tappò il naso anche lui. Il gatto era riverso sul pavimento di legno della carrozza, con la bocca aperta e la lingua adagiata sui denti aguzzi. Vermi. Dalla bocca e da sotto la coda. La pelle, sotto le chiazze di pelo venute via, non era più rosina come quella del mio gatto, quando me lo mettevo sulle ginocchia e gli soffiavo sulla pancia soffice. Non aveva più le orecchie; forse era stato un guerriero o forse le orecchie erano state la prima cosa a marcire. Chissà. -Mò piglio la pala delle pizze dal forno di là e lo buttiamo abbasc’e scoglie.- Io non volevo, pensavo che le bestie le devi rispettare anche morte, ma era sempre meglio non contraddire Peppe. Non ebbi il coraggio di dirgli niente. Coniglio. Arrivò con la pala in mano, ci spostammo dal nostro teatrino della putrefazione e gli facemmo spazio. Fece scivolare la pala sotto il cadavere del gatto con un gesto preciso e lo sollevò. La coda penzolava dal bordo rotondo. Pensavo che si sarebbe staccata da un momento all’altro. -Aprite la finestra- Aprimmo il pesante finestrone e ci affacciammo a guardare sotto. Peppe inclinò la pala. La coda era ancora al suo posto. -Vai bello.- Osservammo il volo scomposto del gatto per i trenta metri che lo separavano dagli scogli. Quando toccò la roccia sentimmo un lontano CIOK e lo vedemmo spappolarsi in una chiazza di carne frolla. -Adesso…andiamo via.- Ci girammo tutti e tre verso Mario. Ci guardava da molto lontano. Ancora quell’affanno di cani azzannati. Nessuno gli disse coniglio.