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martedì, 31 maggio 2005

Massimo

 

Massimo si trascinava avanti e indietro per via Pio IX, tutto il giorno, tutti i giorni, anche quando il cielo era un assedio di pioggia.

 

Si e no quattro denti in bocca, delle ciabatte sfondate e troppo piccole che gli lasciavano scoperto il tallone, nero e incrostato della polvere della strada. Capelli unti, una pancia enorme che spuntava dalla canottiera e un cappotto logoro e pieno di buchi, l’unico che aveva a segnare la differenza fra l’estate e l’inverno. Ogni tanto provava a toccarci, a noi bambini, oppure se lo tirava fuori e si sbavava addosso una risata sguaiata. Quarant’anni o giù di lì. Una faccia che aveva molto da perdonare allo specchio.

 

Completamente e irrimediabilmente pazzo.

 

Si diceva che fosse impazzito per amore di Teresa, la madre di Peppe, che una volta era stata una giovane e bella puttana e adesso era una puttana vecchia e grassa, col marito in galera e un figlio a carico che ci si avviava con uno slancio e una passione a cui noi bambini del vicolo facevamo tanto di cappello. Genuinamente delinquente.

 

Ma torniamo a Massimo

 

Ironia della sorte, era finito ad abitare nello stesso posto dove abitava Teresa, vale a dire la caserma Bausan, di fronte a casa mia, bombardata durante la guerra e così rimasta.

 

Una corte dei miracoli in versione neorealista.

 

Bombardata.

 

Come tutti quelli che ci abitavano dentro.

 

Si erano sistemati, gli inquilini della Bausan, negli stanzoni freddi e scrostati che si aprivano lungo le pareti del chiostro attorno al cortile interno, un groviglio di rovi, sterpaglie, gatti e cadaveri di bici arrugginite (anche i gatti,a volte, cadaveri; vedi alla voce: Peppe). Avevano tappato i buchi dei muri e le finestre senza infissi alla meno peggio, con cartoni e truciolato, perché almeno lo stare al caldo gli rendesse un po’ più facile la dignità.

 

Massimo si era sistemato nelle celle. Niente cartoni alla sua finestra; c’erano ancora le sbarre e ci potevi guardare dentro. Dove un tempo c’era stata la porta ora si apriva la bocca sdentata di un muro crollato a metà. Anche da lì entravano il freddo e gli sguardi. La dignità non sembrava comunque essere un suo problema.

 

Un materasso buttato per terra, una sedia, un secchio dove faceva i suoi bisogni che poi vuotava ridacchiando nel pozzo in mezzo al cortile, un mucchio di roba strappata alla scarsa operosità della netteza urbana di Gaeta.

 

E la batteria.

 

Incredibilmente lucida e perfetta in mezzo al marciume e allo schifo di quella cella, la prima volta che la vidi mi fece pensare al pesantissimo ostensorio d’oro massiccio che quel porco del vescovo mi faceva tenere (ero il chierichetto più secco e gracilino di tutti), nelle interminabili celebrazioni della pasqua, fiaccandomi le braccia e la voglia di credere ancora in dio.

 

La batteria.

 

E la prima volta che la sentii.

 

Ero andato da Peppe per aiutarlo a fare i compiti; c’era questa specie di accordo tra di noi: io lo aiutavo e lui mi difendeva da quelli, molti, che costantemente mi picchiavano. Perche ero piccolo, perché ero del nord, perché ero figlio di mio padre, perché ero silenzioso. Avrei imparato, più tardi, a rendermi invisibile.

 

Comunque

 

Uscii da casa di Peppe e attraversai la giungla di gatti e biciclette. In genere non lo facevo mai perchè avevo paura di passare davanti al buco fetente di Massimo; preferivo percorrere il chiostro. Invece quel giorno, pensando ad altro, passai proprio davanti alla cella dove stava rintanato.

 

Lo vidi attraverso le sbarre; aveva acceso tutte le candele che aveva (non c’era la luce elettrica nella sua cella, lui se ne fotteva e nessuno aveva pensato di portargliela).

 

Si stava spogliando. Quando fu nudo come un verme si sedette alla batteria. Prese le bacchette e si guardò intorno. Il suo enorme culo flaccido debordava dalla sedia. Riuscii ad accucciarmi sotto la finestrella prima che potesse vedermi.

 

Un istante di silenzio.

 

Poi

 

la Musica

 

Mi si fermò il respiro; non avevo mai sentito niente del genere: i tonfi della cassa erano come pugni allo stomaco, il rullante secco e preciso mi risuonavano nella testa; mi accorsi di tremare solo quando Massimo si fermò per un attimo dopo un colpo di crash che tagliò l’aria come un coltello affilato.

 

Mugolava come Keith Jarret nel Koln Concert; me ne accorsi in quell’attimo di sospensione.

 

Poi ricominciò.

 

La stessa onda di piena mi si rovesciò addosso, stavolta più forte, il ritmo era più serrato; le rullate arrivavano come montagne che franano e mi colpivano con violenza senza farmi male. Quel rottame umano suonava come dio.

 

Dio in 4/4.

 

Non riuscivo a pensare ad altro che a quell’esplosione sublime. Mai sentito nulla di più potente, neanche i battaglioni di soldati che facevano tremare i vetri quando passavano sotto le finestre di casa mia. Neanche gli elicotteri americani (c’era la sesta flotta di stanza a Gaeta, quella di Gheddafi, per capirci) che attraversavano il cielo di quella cittadina in mano ai militari. Neanche la voce di mio padre.

 

Lo volevo guardare in faccia; dal mio nascondiglio me lo immaginavo trasfigurato come il cristo, non poteva fare quella cosa con la stessa espressione demente che si portava di solito in giro. Quello che sentivo era meraviglioso, lui invece faceva schifo e puzzava e ci toccava e sbavava…No, dovevo controllare.

 

Ok… un bel respiro e ti alzi… solo un attimo… non ti vedrà…perché dovrebbe, poi… ok… 1…2…3…mi alzo…

 

Silenzio

 

Si gira

 

Mi guarda.

 

CHE CAZZO VUOI PICCOLO PEZZO DI MERDA TI SBUDELLO E POI TI FACCIO MANGIARE DAI CANI VATTENE BASTARDO DOVETE LASCIARMI IN PACE TUTTI TUTTI TUTTI TUTTI TUTTI IN PACE CRISTO.

 

Si era scagliato contro le sbarre della cella, e mi aveva vomitato addosso le sue maledizioni assieme a fiato e sputi. Altro che trasfigurato, la sua faccia, che avevo avuto per un attimo a pochi centimetri dal naso, era ancora più mostruosa del solito,

 

deformata da una smorfia di rabbia, cascante come cera sciolta.

 

Corsi via con tutta la forza che avevo nelle gambe. Mi fermai a riprendere fiato solo quando arrivai in fondo alla strada.

 

Non lo sapevo ancora, ma quel giorno diventai un musicista.

Postato da: userisdead a 07:40 | link | commenti |

LA PELLE DEGLI ALTRI


Zen a morsi

 

diversamente proporzionato

 

a prova di bomba

 

partorito a giugno

 

abortito a natale

 

sì,

 

che fa male

 

come un rovo in fiore

 

che ti cresce addosso

 

C'è una pistola a sonagli

 

dietro alla porta chiusa

 

dove pascolano distratte

 

Le rendite del procuratore

 

Aspirazione,

 

poi

 

un'impressione a freddo,

 

la lama

 

sulla lingua,

 

poi

 

quella cosa

 

che sale

 

dalle gambe

 

e non ho più

 

nessunavogliadidivertirmi

 

La spogliarellista

 

non fa complimenti

 

in quest'allegra porcilaia italiana

 

apre le gambe

 

e se la tocca per il branco

 

che ci offre da bere e fumare

 

e gran pacche sulle spalle

 

Il vero lusso

 

è sulla pelle degli altri.

 

 

Postato da: userisdead a 00:47 | link | commenti (2) |

lunedì, 30 maggio 2005

Anna

 

 

- Perché non venite da me? - disse Anna. -Sta a vvenì malotiempo-

Abitava in una chiesa sconsacrata (strascichi del terremoto dell’Irpinia che aveva sradicato case e famiglie), passato il curvone a gomito in fondo alla strada dove vivevo io.

Quello del Curvone era uno dei nostri giochi preferiti, uno di quelli che se tua madre ti vedeva erano botte sicure (l’almanacco marca legnate, diceva piano piano mio padre, mentre si sfilava la cinghia dai calzoni della divisa grigia) e poi una settimana senza cartoni animati o senza mettere il naso fuori di casa non me la levava nessuno.

Ma il curvone era troppo emozionante.

Ci lanciavamo con la bici a tutta velocità lungo il senso unico di Via Pio IX, lo stradone che correva lungo la punta più esposta ad occidente del promontorio di Gaeta; arrivati al fondo, bisognava tagliare il curvone e, facendo una brusca sgommata, sperando che non arrivassero macchine, fermarsi davanti al pesante portone della chiesa, quella dove viveva Anna. Solo da bambini si riesce a vezzeggiare la morte con tanta leggerezza. Poi si perde l’élan, come dicono i francesi.

Non si perdeva e non si vinceva. Si faceva e basta.

Perché non venite da me?

Certo; perché no?…

Anna aprì il pesante portone della chiesa e ci fece entrare; io, Peppe, Salvatore e Mario. Richiuse il portone e si fermò in mezzo alla navata centrale; portava un abitino corto e leggero, stampato a fiorellini, che cadeva male sulle sue carni acerbe di ragazzina sgraziata; aveva negli occhi lampi di buio, mentre a scuola osservava le coetanee tutte gridolini e frasi ridacchiate all’orecchio delle compagne, in direzione di noi maschietti che imparavamo allora a sostenere sguardi di femmina. Come fanno gli uomini.

Si strinse nelle spalle scoperte per un brivido di freddo, con la faccia seria.

Sorrideva quasi mai, Anna. E quelle rare volte erano sorrisi che sembravano chiedere scusa, sorrisi d’imbarazzo e vergogna.

La chiesa era fresca; il caldo della controra d’agosto, caldo di sud, caldo umido e terrone, lì dentro non entrava. La navata centrale era ingombra di panche tarlate buttate alla rinfusa, sulle quali pendevano i fantasmi delle lenzuola stese ad asciugare, appese ai fili da bucato in tensione fra le colonne doriche.

Al fondo, l’altare di marmo si stagliava contro l’abside, una grande vetrata a picco sul mare scuro, sopra cinquanta metri di scogliera a cui si aggrappavano con forza disperata le piante di cappero selvatico e il tumore verde delle parietarie.

Un impianto scenico alquanto convincente, se si trattava di persuadere i fedeli della potenza dell’Altissimo. Trucchetti nei quali il clero è sempre stato ferrato.

Da una porta alla destra dell’altare si accedeva alla sacrestia, duestanzecucinabagno, dove Anna viveva con la famiglia.

Il padre faceva saltuariamente il muratore e abitualmente l’ubriacone, la madre andava a giornata a fare i mestieri nelle case benestanti del quartiere vecchio che si stendeva sotto via Pio IX fino al mare; il fratello più piccolo, Pasquale, sembrava uscito a calci nel culo da un romanzo di Dickens, tipo piccolo fiammiferaio fasciato in strati concentrici di lisi maglioncini. Coppola perennemente calata sugli occhi che si muovevano circospetti da un viso all’altro, come quelli del padre, di cui Pasquale sembrava già segnato ad ereditare l’aria di bestia braccata.

- Andiamo in cucina. Ci beviamo l’aranciata.-

Fuori, il temporale estivo esplose improvviso, coprendo cielo e mare di piombo scuro; dalle finestre aperte a picco sulla scogliera saliva il ruggito delle onde.

Entrammo nella disordinatissima sacrestia. Riviste porno ovunque. Del papà.

Dovunque posassi lo sguardo era tutto un turbinio di cazzi eretti, close-up di fighe dal piglio quasi ginecologico, capezzoli sbarazzini puntati verso l’infinito, linguedentibocche schiumanti, ani farciti all’inverosimile; l’intero bestiario sessuale affollava la sacrestia.

Altro che mercanti nel tempio.

-Hai visto?- mi sussurrò Mario all’orecchio.

-Non so’ mica cecato…-

Finimmo l’aranciata e restammo li, chi a tormentarsi il bordo della maglietta, chi a guardarsi attorno rigirandosi in mano il bicchiere vuoto.

Anna si aggiustò una ciocca di capelli biondo cenere dietro l’orecchio e andò verso il frigorifero lo aprì e mise a posto l’aranciata; poi si chinò verso lo scomparto più basso. Si rialzò con una carota in mano. Ci squadrò in silenzio uno per uno, poi si guardò i piedi chiusi nei sandali si gomma blù.

-Andiamo di là -

- Ma che bbuò fa? - mi chiese sottovoce Salvatore.

-Boh…jamm’a vvedè -

La seguimmo in chiesa; senza dire niente ci indicò la prima panca davanti all’altare. Fuori il temporale. Dentro la luce azzurra dei lampi che illuminava le colonne e gli affreschi scrostati delle pareti e del soffitto. Su tutto il ruggito del mare e dei tuoni.

Si fermò vicino all’altare e, chinandosi leggermente, si sfilò le mutandine da sotto il vestito, alzando prima un piede poi l’altro; un gesto che da grande avrei visto fare alle donne che ho avuto, ma un gesto naturale, un sovrappensiero di presagio ad un piacere consapevole e voluto. Anna sembrava invece concentrata a non sbagliare una mossa di quel gesto imparato a forza di schifo.

Si sollevò il vestitino, lo arrotolò sui fianchi perché non ricadesse.

Nuda dalla cintola in giù.

Fica di bambina ad uso e consumo, per una volta, di bambini come lei.

Puntando le mani sul bordo, si sollevò a sedere sull’altare. Non aveva smesso per un attimo di guardarci.

Peppe, il piccolo rattusiello che mi veniva sempre appresso quando andavo a comprare Topolino per poter sbirciare tra i giornalini porno esposti all’edicola, la guardava spiritato, cercando di tirare su col naso la lumaca di moccio che gli colava costantemente sul labbro superiore. Si strizzava il pacco attraverso le braghette.

Mario, sempre timido, si guardava imbarazzato le mezzelune nerastre delle unghie.

Salvatore sorrideva sprezzante, come se di cose così…uff…ne ho gia viste, io…

Di me ricordo solo che mi batteva il cuore.

Anna allargò le gambe, sollevandone una fino a poggiare il piede sul marmo. Il suo piccolo sesso si dischiuse davanti ai nostri occhi increduli. Cominciò a frugarsela con una mano, canticchiando una canzoncina infantile a voce bassa bassa; poi prese la carota e se la infilò dentro, cominciando a muoverla avanti e indietro. Vidi qualcosa colarle tra le gambe.

Ora non ci guardava più: aveva gli occhi girati all’indietro.

Anna aveva tredici anni e conosceva già lo schifo.

Anche io avevo tredici anni.

Non si perdeva e non si vinceva. Si faceva e basta.



 

Postato da: userisdead a 14:13 | link | commenti (1) |

Una balena muore in mare aperto. Nel mezzo dell’oceano pacifico.

Inizia ad affondare.

 

A toccare il fondo ci mette circa diciotto mesi.

A noi basta molto meno, senza bisogno di essere morti.

 

Durante i diciotto mesi, la balena non si decompone; il freddo ed il sale ne mantengono integri i tessuti.

Precipita lentamente come un angelo grasso.

 

Magari così non sembra, ma se vi è capitato di vederlo, è uno spettacolo commovente. Pura bellezza, a cui la balena non rinuncia nemmeno da morta.

 

Mano a mano che il corpo s’inabissa, alle diverse profondità i pesci cominciano a divorarlo.

Dove la luce non arriva più, pesci fotogeni danzano attorno il loro corteggiamento di lucine affamate.

 

Watasenia scintillans, il calamaro libellula che trasuda nubi di ipnotica luce blu per attirare le prede, banchi di Sternoptychidae sottili e cesellate in squame d’argento, Stomiidae, i mostruosi pesci drago rossi come un inferno di zanne affilate.

 

La balena in caduta libera si crea attorno una scia verticale di stomaci appagati.

 

La carcassa scivola accanto a enormi colonne di pietra, soffioni che buttano acqua bollente e acido solfidrico.

Lungo il bordo dei soffioni stanno aggrappate anemoni rosse.

Riftia pachyptila.

 

Sono rosse a causa dell’emoglobina, per mezzo di cui prendono l’ossigeno dall’acido che gli sgorga attorno.

 

Chemiosintesi.

Sono organismi vegetali, ma possono sanguinare.

Un buon compromesso fra piante ed animali.

 

Dicono che veniamo dal mare.

Forse è vero.

 

Più in basso, l’abisso. Quello vero.

Arrivano gli ultimi mostri con faretre di denti spalancate in faccia alla paura sacrosanta del pesce piccolo, lampi di calamari, leviatani silenziosi, a contendersi gli ultimi brandelli di cibo rimasti aggrappati alle ossa, ormai candide.

 

La balena tocca il fondo.

Si è lasciata alle spalle un piccolo ecosistema perfetto che dura solo il tempo di una caduta.

Colonie di batteri luminosi si insediano sullo scheletro, filamenti dei più meravigliosi colori ondeggiano nel buio. E’ tutto un segreto di tonalità mai viste.

 

Il mare è pieno di balene fiorite.

 

 

Postato da: userisdead a 14:09 | link | commenti |